Fresella Gourmet

…‘a seggiata

 

Gli accadimenti ed eventi vengono, ovviamente, vissuti e percepiti sempre  in maniera  diversa da ciascuno. Ciò vale anche per piccole sensazioni, stupore o  turbamenti e addirittura anche in presenza di tragedie.

Insomma, penso che la verità abbia un’intercapedine. All’interno si muovono esserini, dei tardocerebrati che saremmo noi, pronti a sproloquiare su questo e su quello semmai approssimandosi ad essa ma sempre senza profitto. Siamo capaci di esprimere opinioni come giudizi e giudizi come sentenze.

Ebbene, spesso ho interpretato, in una certa maniera la vita, …quella,  singolare vissuta per oltre vent’anni in un vicolo. Un piccola arteria infartuata nel ganglio urbico di un qualsiasi quartiere di Napoli.

M’affacciavo al primo piano d’un palazzo prossima ad un quadrivio. In quello slargo capitava di tutto. In primo luogo, era un micro-mercato sui 4 cantoni ma anche lo spazio d’incontri ufficiali, una sorta di Agorà ma soprattutto  dell’appiccicata . L’appiccicata si poteva sviluppare anche in più fasi fino al vespro. Quando calava la luce dietro le sagome dei lastrici, ogni ragione d’odio lasciava il passo alla magra minestra, il basso ricadeva nel luccicore d’un lumicino e ci si chiudeva nell’unica camera grande del basso( living) sotto l’ombra conica del parato scollato dalla parete

 

La mattina sul presto, tra le 10 e le 11,00 si ricominciava. I modi per principiare erano tanti, tantissimi. Me ne viene in mente una:  ‘a seggiata.

La seggiata è una sedia lanciata contro qualcuno ad una distanza minima di tre metri. Maggiore è la distanza e minore è l’effetto dell’urto e viceversa. La distanza misura il compiacimento del fine.

Ora la veraseggiataè infame! E’senza preavviso. Non è un modalità di lotta,… è una modus vivendi e l’autore n’è il teorico. Sceglie l’aggiramento,  la  scaltrezza della sorpresa, il vile affronto. Lui, l’autore  è  così come tutta la sua vita.   Non ha nulla da spartire con un avversario frontale che ti minaccia con un coltello.   E’spregevole come un amico che ti colpisce alle spalle, conciòssiaché , ‘n’omme ‘e ‘mme…a.

La seggiata arriva e basta!

Non c’è nessuno che ti avverte. Spesso giunge alle spalle.  Fa male e ,… quando coglie, il più delle volte abbatte l’avversario. Un breve lamento e per un lasso breve, niente.

Il vinto si rialza e, con lo stesso oggetto, il più prossimo a sé, è la sola, unica risposta. Parità d’arme.

Non è giusto munirsi, ad esempio, di “forcina”usata per  stendere la biancheria davanti al basso (tipo forcone ma bicorno) con quell’altro ormai disarmato.

Non credo che debba circostanziare le tipicità  dell’urto! Diciamo solo che una sedia possiede quattro gambe, quindi quattro peduncoli quasi appuntuti;  una fascia larga del piano seduta e tutta la struttura dello schienale. Quest’ultimo può essere del tipo ” Thonet” (fine XIX sec. detto genericamente Liberty) ossia tutta arrotondata oppure stile rinascimentale con i piedi a “zampa di leone” o barocca, pesantissima e in legno massello o neoclassica. La neoclassica è decisamente più slanciata e leggera ma, talvolta, sull’estremità delle due irrigidimenti laterali dello schienale, presenta dei pedicelli come due innocenti olive, …beh,  pure quelle?!!  Pensiamo solo se l’oliva raggiunge l’occhio.

Io, se dovessi scegliere, ovviamente, mi  lascerei convincere per la Thonet.  A parte i danni minori ma a volte nel dolore bisogna mostrare anche un certo gusto, un garbo della forma, uno stile insomma.

Mò, quando è  in volo e principia non s’avverte ma, a metà della parabola balistica, diciamo che s’intuisce. Sembra  lo svolazzare di un colombo che cerca di poggiarsi sul tuo capo ( come una volta in Largo Palazzo)     e infine “… aaaaiiaAA’ …chi tè strav…” poi, IL SILENZIO.

Gli  osservatori muti erano attenti, però sempre pronti ad intervenire qualora le cose si fossero messe male per uno dei due. L’auto tonante pè Pellerini (Ospedale dei Pellegrini) era già lì!

Vorrei sottrarre tempo all’eventuale lettore sul seguito della titanica seggiomachia.

Ora, nel mio vicolo, il fornitore inconsapevole di sedie, era la cantina di Don Ciccio, il vinaio nel vicolo, sempre intabarrato in un camice nero, esponeva tutte le mattina una frasca impolverata in alto e due tavolini  di quelli pieghevoli  circondati dalle canoniche quattro sedute, quindi,… otto lanci.

Dopo la baruffa  e le medicazioni di rito ed il referto dò serengaro, i due contendenti, riportavano le sedie intorno ai tavoli, si sedevano e come nulla fosse accaduto, urlavano : “..neeè, …‘o Cì, puertece duje quartini russe “  

Alludevano al vino di Gragnano. insomma bastava dire “rosso” e s’intendeva il prodotto vinario dei monti Lattari, vicino Napoli.   Affermava infatti il Gigante nel 1845: “Il vino di Gragnano, per antonomasia dette il nome a tutti i vini del napoletano,”

Ciccio usava anche l’antica (3.000 anni addietro gli Oschi piantarono i primi vitigni) pratica di mescolare un goccio di lambiccato al vino per espandere la caratteristica schiuma e farne un magnifico vino dolce.

Di quella tecnica n’era diventato un solerte custode. Doveva forse pensare: “mò ‘e scumme io, ma ‘e vino e accussì ‘a fernescene

di Bruno Pappalardo, SUDVOX

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 16, 2012 alle 11:27 pm ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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