Fresella Gourmet

Zuppa di fave,… zuppa di umanità mescolate

Ci furono tempi in cui si parlava  di “posto fisso”.

E’ una dolce favola che vale la pena raccontarla ai propri nipoti o figlioli. Inizia proprio con la canonica locuzione:  “C’era una volta,… “

Pensa, tesoro mio,  c’era un paese in cui  la gente era contenta, si possedeva una entrata quasi sicura fissa mensile per la propria famiglia e per i figli dei figli per il  futuro, poi giunse un esercito di uomini cattivi che tutto distrusse”.

Dopo anni di docenza, parimenti tanti sono stati gli anni quelli sofferenti  della bile degli altri, tracimante invidia, odio e rabbia perché, come me, loro, non appartenevano al Pubblico Impiego.

Tanto era la rabbia di questi che pur non avendo una definita convinzione ideologica politica, votavano a  Destra sperando che questa tranciasse quella catena e, accadde; venne, infatti,  la nana cattiva, scura in volto, che tutti chiamavano la “brunetta”e che, in un battito d’ala, sbaragliò la vita di tanti e tutto finì,… pure la stabilità del PIL. Ora caro commerciante aspetta che non posso più comprare le belle camicie che mi chiedevi di rifornirmi. Insomma una lunga diatriba tra fessi che non interessa ai molti  o per nulla ma solo se non fosse per una frase.

Un intercalare tutto nostro; non un vero e proprio proverbio con  la pertinente predizione; non una pillola di saggezza da seguire  ma, piuttosto una constatazione.

Mi veniva detta, ogni tanto, come fossi colpevole d’ essere un insegnante:

“Ma a voi che v’importa, lo stipendio va e viene beato voi,… ‘a nave cammina e ‘a fava se coce

Intendevano “scherzosamente”  punzecchiarmi come il detrattore di un  beneficio alle spalle di altri e/o di procurarmi il miglior profitto con il minimo sforzo.

Ecco quest’ultima: ‘a nave cammina e a fava se coce “ ebbene,  suscitava in me  sempre un fastidio, molestia ma non per i motivi per cui veniva detto.   Veniva piuttosto da una storia che avevo letto e che mi lasciava ferito e un senso di sacrificio e fatica che pareva io non mi fossi sottomesso. Non era così, ovviamente, ma tuttavia mi lasciava l’amaro alla gola come una corda per la sua origine semantica.

Quel dire era un chiodo puntito che penetrava il fianco, mi trafiggeva come napoletano,  come meridionale.

Un tempo, ancora più indietro della favola, il nostro popolo dovette, tra la fine dell’800 e primi decenni del ‘900 lasciare la propria terra, sui famosi “bastimenti

Durante il lungo viaggio di mesi, infatti, (cerco di dirla corta) i nostri lontani padri “ emigranti” conducevano con loro dei sacchetti di fave. Preciso, non fagioli o ceci;… mi pare inutile spiegare. Beh,  è risaputo, – o per meglio dire i nostri anziani sanno -,  che quando è secca  non ha limite di scadenza. Era ed è un alimento straordinario; sali minerali e proteine,  molte fibre e pochi grassi, zuccheri, acido folico, potassio, magnesio fosforo, zinco, ferro e tant’altro.

La fava è stata da sempre  presente nel bacino del mediterraneo e molto diffusa, dal medioevo in poi, quasi esclusivamente nel nostro Meridione. Ne è stata il principale nutrimento.

Proprio per questo veniva chiamata “la carne dei poveri”.

Era già presente nei villaggi neolitici e in tombe egizie e credo di poter facilmente ipotizzare  che proprio quest’ultimi, strutturati in una piccola comunità o colonia, stabilitasi,  dove oggi s’erge la statua del  Nilo,   via del Sole e della Luna, tra il IX e VIII sec. giunsero insieme ad una compagine greca che si mosse dalle stesse sponde.

Ma sto lasciando, al solito,  il breve racconto.  Ebbene, le fave, quando son secche devono essere ben cotte ed il tempo di cottura e relativamente lungo. Era più lungo del solito per quei poveretti che dovevano arrangiarsi con le tubature cocenti per i vapori. Ma il tempo per loro non contava. Di tempo ne avevano in  abbondanza e, dunque, mentre loro, lentamente e inquieti s’avvicinavano sempre più alla nuova patria, privo di alcun sforzo o disagio, le nostre fave si cuocevano senza che nessuno dovesse troppo curarsene.

Insomma il ricordo dei nostri emigranti, emigranti per forza, è un lamento dentro ciascuno di noi di cui neppure avvertiamo più le contenute urla delle donne che partorivano dietro una coperta stesa, i vecchi malati lasciati al mare, l’eterogeneità dei bisogni di donne e uomini e bambini, l’igiene e quel pudore represso che pure urlava ma solo allargando le labbra e che, per ovvi motivi di spazio, veniva compresso tra i corpi come tavole di legno. Quanta somiglianza, quanta vicinanza a quei fetidi barconi e gommoni e a quei  mostruosi speculatori che vendettero la nostra carne come ugualmente oggi, fanno per quella più scura.

di Bruno Pappalardo, SUDVOX,

 

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 23, 2012 alle 12:42 pm ed è archiviata in Da assaggiare, Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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