Fresella Gourmet

Linguine in giallo Van Gogh

Mi sono confrontato con un piatto, ossia una pietanza.  Unica!

Devo dire che l’incontro con le  “linguine con cozze” è stato invero,  “non unico” nel senso che altre volte mi sono prodotto la fortuna  di fissare  numerosi appuntamenti con essa. Direi che mi sono valso degli dei più alti del nostro pantheon culinario napoletano e, …qui ci vuole, per gentile concessione, di tutto il Sud.

 

campo di garno con mietitore

Il contatto col primo boccone è tra le più strabocchevole beatitudini che possano giungere  alle papille   della punta della lingua che calca,  per principiare, sotto al palato chiuso e serrato agli incisivi.  La gioia non si produce alla “gola” come vorrebbe il “luogo comune” ma al  primo  aptico contatto ( praticamente tattile)  sul principio delle bocca. Poi, giunge il degustante  avvio dei sensi. Dico bene! Tutti i sensi sono irrimediabilmente implicati. Fatalmente giunge anche  il denso e  pieno sapore del sugo misto al prepotente e  immediato  forte sapore salino del mare degli abdicanti mitili,  posti in un ordine caotico, col dolciastro intenso della pasta che in quel luogo sono capelli serpeggianti di una medusa., …guai a guardarli, si rischierebbe una paralisi.

Son sicuro come è vera la vita ed infame la morte (allego la foto) che il gusto, maestoso e osmotico, passaggio di elementi, cozze e pasta, di diversa tensione,  in una  fusione  generata da un terzo elemento, il sugo su  una superficie direi permeabile, la lingua compagna eterna del suo soffitto e che  abbia a che fare indubitabilmente con l’arte , non certa quella culinaria (è assodato) ma quella detta “superiore” della pittura, architettura, scultura,  et cetera.

Son sicuro che buona parte delle nostre pietanze possano dirsi “impressioniste”.

Il senso dell’esistenzialità,  invece, del popolo napoletano, è espressionista.

Per quel poco che ne so, quel movimento della metà dell’ottocento, ebbe esponenti significativi e iniziatori proprio delle nostre parti.  Fu un movimento che non cercava affatto grandi significati ma divenne, come spesso accade, grande proprio per quello. La sua sperimentazione era inizialmente solo un’analisi e ricerca di un esperienza visiva. Per questo, gli artisti promotori,  abbandonarono i propri atelier, smisero l’uso della ripresa simulatrice di una studiata “posa”, sotto luci ben disposte per realizzare effetti falsificatori  d’una immagine ben costruita ma illusoria e suggestiva e iniziarono a dipingere la solo natura. Si disse fosse “en plain air”,  pittura “all’aria aperta”.

Non posso farla lunga ma giunsero ad una nuova e verista luce, alla materia viva d’essa, alle ombre che assumevano addirittura una propria coloratura e non più conformemente nere etc. etc. Insomma si affrontò e si penetrò la natura che si mostrò  benevole e disposta  verso quegli uomini che cercavano di capirla. Ciò che poteva sembrare caotico e dissestante, era invece, un ordine predefinito. Si scomodarono anche in teorie ottiche dei contrasti simultanei di Chevreul e la natura venne riscoperta nella sua essenza, nell’impreciso, nell’improvvisazione autentica di un lampo o di un inatteso raggio di luce, nell’asimmetria dei rami d’un albero.

La frammentata e scomposta realtà della natura portò inevitabilmente ad una tecnica della pennellata similmente disordinata che cercava di cogliere, in ciascuna di essa, quello sfavillio e quel colore. Unite le pennellate, però,  si ricomponevano magicamente il composto, l’ordine,  il conforme in una docile amalgama, mescolanza di diversità ma organica oggettività. La tecnica diventava tecnica della ricerca, diventava tecnica della conoscenza e, dunque, la realtà non poteva essere sostituita da esperienze compiute.

 

Campo di papaveri a Giverny di Claude Monet

Non so se la dico bene ma credo che Giulio Carlo Argan l’abbia detta in maniera perfetta: “ Letteralmente espressione (espressionismo) è il contrario di impressione. L’impressione è un moto dall’esterno all’interno: è la realtà (oggetto) che s’imprime nella coscienza (soggetto). L’espressione è un moto inverso, dall’interno all’esterno: è il soggetto che imprime di sé l’oggetto.   

Ora quelle linguine sono la stessa cosa delle pennellate impressioniste! L’ordine sparso delle cozze sgusciate, il credere della casualità della dislocazione della pasta nel piatto, il sugo che cade da un lato che parrebbe involontario e fortuito, ebbene sono un “unicum”. E’ nell’universo delle cose. Il colore attraente e composto di più mescolanza, dunque di più colori.

Ora l’impressionismo venne detta “arte”. In essa, il concetto esprimente, veniva esaltato dalle modalità della tecnica e da stupende esitalità. Ma ciò che veramente le dava forza era il senso, il contenuto. Il contenuto generava l’arte.

Ora è difficile definire l’arte in questo momento ma, forse se saggiate quelle linguine…

Direste, ad esempio, che quelle possano pareggiare con “Campo di grano con mietitore”?

Il mietitore è trattato parimenti ai cioffoni di grano e dunque egli stesso natura. L’arricciatura delle volute delle nubi, del cielo delle spighe sono la tecnica della materia e il movimento della forchetta che avvoltola le lucenti linguine. Quelle linguine potrebbero essere rinominate “linguine in giallo di Gan Gogh”?

da Bruno Pappalardo

 

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 8, 2012 alle 2:49 am ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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