Fresella Gourmet

‘O sisco

Non sapevo proprio che cosa fosse.

Ero ragazzino quando qualcuno dovette dirmi della sua esistenza.

Mi parve, così come me ne aveva parlato,  un congegno infernale, un apparecchio sorprendente.

Diceva, costui  ch’erano formato da tanti bottoni. Ogni bottone corrispondeva ad una famiglia, ad una casa.

Insomma avrete capito che parlo del citofono.

Ora sembra che abbia perso la cognizione del tempo.

Tutti sanno che comparsero, anche se rudimentali,  già dalla metà del XIX secolo, …già ma io, all’epoca non lo ero informato. Si svilupparono, avendone pressappoco lo stesso criterio funzionale e simile al telefono.

Vi direte perché per me fosse così straordinario.

Me lo sono chiesto anch’io e la risposta che nei vicoli di Napoli, come nel mio, non esistevano.

Sappiamo bene quanto siano utili, …accidenti!

Prima era solo un trillo che lasciava suonare un cicalino elettrico in casa. Oggi, formulando un codice, ossia un numero che corrisponde a casa tua, puoi vedere chi è all’uscio sotto casa dopo aver ascoltato la soave  “Eroica” la “terza sinfonia di Beethoven”. Si pigia un tasto e s’aprono come le acque del Mosè, tutte le porte,  il  pedonale del parco, quello dell’auto, dell’androne e se c’è pure l’auto del portinaio.

Devo dire delle tante volte che non funzionano. Prima che giunga il tecnico, tutto è bloccato e tutti i varchi vengono, apposta,  lasciati aperti. Qui sopraggiungono alla mente mille domande!

Prima no! Prima ogni famiglia aveva un citofono incorporato.  Erao sisco,   ossia il fischio!

Ogni famiglia aveva un suo fischio come il codice elettrico di oggi.

Si modulava un motivo breve e s’effondeva sotto la finestra di casa o nel cortile o tra le scale. Le porte s’aprivano e le zie e sorelle s’affacciavano per lanciarti il chiavino o aprirti la porta o mandare giù ‘o panaro

per salire della piccola merce o qualsiasi ciarpame.

Dimenticavo, nel mio quartiere non c’erano gli ascensori.

Anche questi, come i citofoni con bottoni d’oro sulle belle piastre lucide d’ottone, esistevano da tempo nei palazzi signorili ma non da me.

I portali  di questi palazzi nobiliari, portavano lo stemma del casato con le decorazioni della loro schiatta     mentre noi tenevamo il fischio; ’lloro tenevane ‘e palle e nuje ‘o sisco”.

Quanti contrasti! Chi aveva (pochi) il benessere e chi nulla.  Ma la vera differenza era la semplicità che corrispondeva alla stessa utilità e molta economicità.

Per esempio un campanello c’era, era quello del portinaio che, a qualsiasi ora, della notte si giungesse,  apriva il portoncino. Doveva essere un’emergenza e, all’istante si lasciava nella sue mani una moneta. Si chiamava “‘a creanza do chiavino”.

Al posto del video bastava far capolino al balcone. Se oggi compriamo la sveglia al laser che t’avverte con un inno o, con una lenta e crescente  musichetta, spara, altresì, al soffitto una luce rossa o gialla di un LED invisibile  perché tu possa vederla nel buio della stanza e docilmente svegliarti per una dimessa chiarore del giorno.

Noi tenevamo “‘a senga  (spiraglio, crack) da fenesta appannata (socchiusa, ajar) che lassave trasì ‘na refele ‘e sole “.

Ti aspettava sul tavolo si marmo della cucina,  ‘a zuppa ‘e latte”( breakfast with milk and stale bread) e “ ‘ a ora e pranzo ‘nu piatte ‘e spaghetti alle vongole fujute   (escaped clams from their shells) che in assenza di queste, la pasta veniva  condita con un sugo di pomodorini con aglio, olio e prezzemolo dove le vongole sono presenti solo nella fantasia dei banchettanti.  

Giunse, poi, prepotente lo tsunami del feroce consumismo dei beni di consumo e connesso progresso scientifico e tecnologico che dovemmo affrontare scappando dalle movenze lente di un mondo che pareva inamovibile ma che, tuttavia, si muoveva verso un remissivo avanzare che generava cose ben fatte ad arte.

da Bruno PAPPALARDO

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 14, 2012 alle 9:09 am ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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