Fresella Gourmet

‘O lietto attòne

Beh, tutti avranno capito di che parlo. Quel  letto generalmente matrimoniale, ossia due piazze, realizzato in ottone. Non viene più usato e spesso , anche se non è propriamente il luogo, si trovano anche in negozi di modernariato. Non dovrebbe, perché nasce alla metà del ‘700 ma s’ebbe una diffusione strabocchevole nell’intero ottocento. Si trovano dunque, tra i bottegai cosiddetti “antiquari” ma invero soprattutto “sapunàro”(alias, i robivecchi) E’ uno di quelle cose di casa che hanno stentato, anzi sofferto a rientrare in un mercato del terzo millennio. Non propriamente per la tipologia di letto ma principalmente perché i possessori con afflizione  e spesso con tormento se ne allontanavano con sequenzialità lenta perché il distacco era ed è ancora simile a “’e  bastimiente partene pè terre assaje luntane”.

Era un bel pezzo d’arredamento e di cuore.

Sposati, la coppia, ricevendo ospiti in casa, prendevano con cura i soprabiti e il fagotto dei dolci già all’ingresso  – doverosamente e ritualmente presenti la domenica, giorno di visite importanti – e tra una giravolta  a serpentina e frettolosi  movimenti ruffiani e proni, ebbene, senza che i parenti appena arrivati se ne accorgessero, si trovavano storditi davanti al lettone in ottone.

Era il tesoro di casa, “ ‘o piezze pesante d’’a casa” l’equivalente del crocifisso in chiesa. Beh,… forse esagero, diciamo dell’acquasantiera.

Feliciello e Armida, due  anziani signori che s’affacciavano di fronte al mio palazzo con il loro basso (vascio) ne aveva uno di quelli classici e scintillanti.

Una volta che c’entrai, …spesso capitava, lei, grassone quanto cubica,  vestita in nero, vi s’appoggiava come volesse mostrarmelo! Lo avevo già visto tante volte , perché dunque …ah, ecco! L’aveva lucidato.

Accidenti, adesso, che lo vedevo era uno cancello d’oro come nelle favole. Uno sfolgorio di farfalle di luce s’erano fermate sotto il soffitto telato gonfio centralmente come tutte le estati, quando il caldo  allenta le rigidità d’ogni cosa.

Sapete signorì ( mi chiamava così, perché ero studentello) questo ero ‘o letto ‘e nonna mia, io spisso ce dormivo, poi e passato a mamma mia e poi è venuto cù ‘mmè,…”

Chiesi, ma vale, vale molto?: nun ‘o saccio ma pè ‘mmè assaje. C’accumpagnato ‘nmiez’a tutte i nostri guai. Una volta ‘nu signore di San Pasquale a Chiaje, mi voleva dare ‘na bella somma di denaro ma, io, manco morta, tutto , pure a mariteme,  ma ‘o lietto, NO!

Aveva ragione!quel tipo di letto era, anche ai tempi della mamma sua, non alla portata di tutti!

Di letti c’erano di quel genere; in ferro battuto a ferro pieno nichelato, in ferro ricurvo a sezione vuota circolare come pure d’ottone a canna circolare et cetera;  Ma quello con due piccioni lavorato d’ottone pieno sul bordo superiore della pediera, ebbé, appariva come un bel pezzo d’alto artigianato.

Il letto era in canne vuote a sezione quadrata a in alcuni tratti, quelli centrali a “torciglione”. Ogni bastone terminava con un pomo nichelato e lo stesso ad ogni intersezione orizzontale o verticale di questi. Immaginai che sotto le tavole di legno castagno ci fosse il pitale. Lui, Feliciello,  era “‘nu muorze d’omme” un moncone umano. Gli erano state tagliate le gambe per una maledetta bomba scoppiatogli accanto durante i terribili bombardamenti a Napoli. Era segaligno scarno, e si muoveva sulla sua sedia a rotelle ma di legno. Quando si muoveva, il vascio era una voliera. A vederlo scheletrico, l’occhio si spinse al tavolo. Era piccolo e povero, leggermente più alto del solito ( così mi parve) Pensai fosse per la carrozzella che urtava forse sulle losanghe del bordo.

Insomma in quell’abiezione ambientale, appariva come la cancellata della Cappella Sistina

Già, quel tavolo era come  il panno sporco che aveva lustrato, un’ora prima, quell’altarino.

Per non dare altro interesse al tabernacolo, insomma per esibire un ché d’indifferenza nonostante avessero voluto una perizia elogiativa, chiesi: ‘Onna  Armì che avete cucinato oggi a pranzo?

Eehhhhh”, mi rispose, “… oggi è quel giorno del mese che faccio sempre ‘nu bello cucinato

Come mai, rilanciai:  “…ecco, dovete sapere che, quando pulezzà ‘o lietto, m’aggia scetà ‘amprèssa e, allora, tra il fornello e il letto preparo la “minestra maritata” ,… voi capite,  che piglia un pò di tempo. Quando ho finito di cucinare ho anche finito la pulizia del letto, poi …apparecchiamo la tavola proprio ‘npunto ‘o lietto, faccia a faccia e ce lo guardiamo e, …qualche ricordo lucente arriva sempre, pè noje che campamme di momenti“

    

 

Mai cosa più giusta ho provato per raccontarvi per invitarvi ad una “minestra maritata”. Come vedete e come spesso ripeto, la vita ha un collante direi cosmico, dove l’esistenza e le fenomenologie dell’uomo sono insieme e in ogni cosa e, …come spesso vi infastidisco nel trattenervi con l’arte, – massima espressione d’essa – si dimostra che codesta cosa e veritiera. Poi, che (non credo per caso) il destino, il fato o Nostro signore, o entità ultraterrene hanno voluto che si sospendesse a lungo il miglior concepimento di questa è cosa da non chiedere o sapere.  Si è voluto che lungo l’ approdo d’un lido ineguagliabile del nostro meridione ciò accadesse  ma anche fermarsi per sempre nel nostro straordinario ellisse viol azzurro oltremare e orizzonte viola. L’’incontro idilliaco, il matrimonio ideale di verdure e carni, sapientemente scelte, dalla tradizione Napoletana e direi anche campana venne generato  in una di quelle pietanza che non lasciano obiezioni sulle origini. Si fa risalire all’ “olla podrida”della tradizione iberica del 1200 ma tradotta a Napoli in quella dominazione del 1300. Solo qui in città poteva attecchire; terra di infiniti orti e la peculiarità sapiente di talune scelte d’ umili ingredienti,

INGREDIENTI:  per  4 persone:

2 scarole “schiane” (lisce, non ricche)

2 fasci di broccoli “neri” ( a foglia larga)

2 fasci di broccolini,

½ cavolo, verzo;

2 Kg. di menestrella (ossia borragine, scarolella, cicoria et cetera) e torzella in quantità pari a 2 fasci di broccoli;

300 gr. Di tracchiolelelle tagliate a pezzetti;

2 muzzarielli ( salsicce piccanti del giulianese) quasi un etto;

2 annoglie, (salsicce di parti meno pregiate del maiale)

200 gr. Di lardo;

4 spicchi di aglio;

3 cucchiai di olio extravergine.

PREPARAZIONE:

“Pulire (!) e lessare una per una separatamente tutte le verdure in acqua salata, conservando un po’ di acqua di cottura della scarola schiana. Ricordiamo che la menestrella viene venduta a fascetti piccoli, ed è di bassissima resa; la torzella invece è uno dei più antichi tipi di cavolo: la coltivazione di questo genere di verdura, detto anche “cavolo greco”, così volle citarlo Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino, nel suo trattato “La cucina teorico-pratica” come componente importantissimo della minestra maritata, si era abbandonata ma, rilanciata e valorizzata da un’idea degli “Orti di Napoli”, insieme a quella di altri indirizzati all’estinzione.

“Preparare un battuto con il lardo e l’aglio, rosolarlo nell’olio in un grosso tegame e aggiungere le verdure già lessate; allungare con un po’ dell’acqua tenuta da parte.
Bollire, separatamente gli uni dagli altri, i diversi tipi di carni, aggiungendo sale solo per le tracchiolelle. Aggiungere le carni lessate alla minestra, tenendo ancora sul fuoco insieme per qualche minuto le verdure e le carni “.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 23, 2012 alle 8:45 am ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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