Fresella Gourmet

La puzza di Napoli –


Conosco poco i luoghi del mondo, ossia quelli soliti, quelli dove arrivano un
po’ tutti e sentirne l’odore. Pareva mi restasse addosso parecchio.
Si, è vero,  mi sono concesso , una quarantina d’anni fa, una bella fetta dei
caraibi. Beh, fu proprio quello che mi colse nell’immediatezza dell’impatto
negli scali negli aeroporti e le piccole catapecchie di legno come i palazzetti
bianchi e verdi di Cuba nei suoi villaggi nascosti.  Londra fu una rivelazione;
nulla mi par di ricordare, …forse, ma non vorrei sembrare irriverente,… in
alcuni anfratti dei pochi vicoli, specie di strettoie tra le case,  dove si
scaricano rifiuti e bottiglie come l’anima delle persone, ebbene, mi sentivo a
casa.
Parigi, l’odore dei libri e del pane e un aroma – forse era la mia
immaginazione che spesso pretende altro   che non abitano le strade –
insinuante delle torte ma quieto come una barchetta di carta che scivola in uno
scolo, Forse gli odori che i viaggiatori sentono sono poco attendibili.
Quando tornavo trovavo la mia città storta.
La città è sempre stata inclinata ma c’era qualcosa, quando la ritrovavo,
ancora  più flesso.
Una volta Napoli aveva i cavi elettrici, quelli dei filobus, quelli dei
telefoni delle case che, non pari, affrontavano vincenti quelli tesi tra i
palazzi per  le lenzuola terree. I lampadari sui tavoli erano strapiombio.
Pareva tutto  dissestato, a soqquadro ma ordinato e come ragnatela.
Ogni città ha un odore?
Ma certo che è così!  Distinguevo dall’odore anche i quartieri.
Sentivo il sudore dei miei compagni quando si fuggiva dai cortei, la terra
negli ipogei che frequentavo per lavoro, le nuove birre che s’affacciavano in
quei cosi che chiamarono pub, quelle delle donne  ma, quello che mi stregava
era il fiato di sotto dell’unica metropolitana di Napoli che, a piazza Cavour,
ti respingeva sull’ingresso. Le scale mobili, sulla destra, portava su i fumi
neri di sotto che si allacciavano alle spire d’aria  dolciastra di fuori dove
un caramellaio fabbricava “i bomboloni e franfellicche”  rosso carminio e
bianco   intorno ad un ferro curvo.  C’erano tanti di quegli odori nella piazza
che un cane dei RIS sarebbe stramazzato al suolo per aver, tangente sfiorato e
neppure superato un barroccino di liquirizie impolverate


Un peccato che quel “giornalaio Amandola” del TGR, a Torino, dopo la partita
Juve-Napoli, sia scivolato in una pozza di merdacce, ma, aveva ragione!
Un napoletano odora di napoletano.
E’ un odore non definibile, irrefutabile, … forse è quello dei un tufiti
Sono formazioni lito-arenaceo,  argilloso e calcareo che dall’Appennino
meridionale vollero, arrestarsi a Napoli, facendosi gialli, genesi dell’
attività vulcanica dei Campi Flegrei, 35.000 anni fa. Il Tufo è un enorme
edificio tra il portone di Posillipo, il terrazzo dei Camaldoli, le scale di
Cuma e la finestra di Vivara e che diventa verde ad Ischia. Ma odora?
E’ l’odore dell’umido bianco dei sottosuolo dei greci. È quel muro alto come
cattedrale che esala versi. Tali li definisco perché spesso accostavo l’
orecchio al muro di casa e ne sentivo il respiro con suoni euritmici come frasi
e l’alito suo gonfiava le crepe e suonava tra il mare profondo  del fondo e le
pareti della Sanità. Respira; d’inverno inspira la pioggia del gelo e d’estate,
nell’arsura, espira come polmone quel leggero madido rugiadoso nelle ombre.
Quello è un odore, il salmastro malato dei muri asciugato dalla ripida luce nei
cortili. Con questo giallo emersero i grandi palazzi, di corte e della ricca
borghesia. Le rampe del Grande Albergo  di Carlo III  o lo Stabilimento dell’
Annunziata, il primo e antichissimo brefotrofio di Napoli e di tutto il Regno.
Si lasciava esposto (Esposito) in una ruota che girandosi su un perno, dal
portone s’introduceva il fanciullo abbandonato.


La sera del 17 luglio del 1852, venne esposto Lui.  Il giorno dopo, il 18,
venne registrato.

Ogni anno si dava come cognome ai deposti  Genito ma, per un
banale errore che segnò il suo destino, venne segnato Gemito e chiamato
Vincenzo. 11 anni dopo, su una spiaggia,  lo scugnizzo Gemito, osservò
avvicinandosi un ragazzo come lui, con gli occhi malinconici, larghi e
spaventati. Capì da dove provenisse. Era timido ma disse all’altro spingendo la
mano avanti: Vicienzo! Totonno!  Si diedero la mano e non si lasciarono più
Vincenzo Gemino e Antonio Mancini. Senza alcuna istruzione, fecero, a 12 anni,
l’impressionismo a Napoli, quello che in Francia accadde dopo.

 

Bruno Pappalardo

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 26, 2012 alle 7:22 am ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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