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Giambattista Basile

Giambattista Basile (Giugliano in Campania, 1566 – Giugliano in Campania, 23 febbraio 1632) fu un letterato e scrittore napolitano di epoca barocca, primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare. La sua grande attenzione alla vita e alle tradizioni popolari, alla gente comune, alle cose semplici, non fa che avvalorare la tesi sostenuta da Benedetto Croce . “ Era un uomo di cuore e di cervello, un brav’ uomo…di grande rettitudine e bontà e sete di giustizia, ricco di affetti, di rimpianti e di nostalgie… ”.

Ecco cosa scriveva di lui Benedetto Croce: da qui un abito moralista che lo porta a vagheggiare i sentimenti e i valori più autentici dell’uomo e a trovare rifugio nelle ingenue trame delle fiabe popolari. Deluso ed amareggiato dalla pochezza degli uomini appartenenti alle classi sociali più elevate, nonostante egli stesso ne facesse parte, preferì dar voce al popolo depositario di una preziosa ed unica saggezza.  Basile amava conoscere questa realtà, osservarla direttamente, farne parte. Amava aggirarsi per i luoghi frequentati da gente appartenente a diversi ceti sociali, infiltrarsi tra i più poveri, tra i popolani e spiarne i comportamenti, le abitudini e le maniere. Sono proprio questi i luoghi che lo ispiravano, come nel caso della quattrocentesca Taverna del Cerriglio, molto nota nel XVI secolo in tutto il territorio napoletano ed oltre i confini del regno, per la bontà della cucina e per l’atmosfera bucolica, che era il suo luogo ispiratore. In questa taverna, luogo di passaggio frequentato da naviganti e briganti, soldati e esiliati, Basile si divertiva a colloquiare con il genere umano più emarginato. E qui, tra una mangiata di fichi ed un buon bicchiere di vino, veniva a conoscenza dei fatti più strani. E’ qui che è stato inoltre ispirato per una delle egloghe che compongono l’opera dialettale le Muse napoletane . . L’enorme interesse per questi luoghi unici nella loro semplicità, per questi scorci di vita popolare ed autentica hanno fatto dello scrittore uno dei maggiori esponenti della letteratura dialettale e uno dei più grandi narratori di fiabe di tutti i tempi.  Basile si accostò al mondo della favola popolare con la sensibilità propria dell’artista che ad essa infonde “ il lume e il suono e l’anima del suo umano sentire ” con l’abilità tecnica del narratore che non ripete meccanicamente quanto già molti conoscono, ma rielabora artisticamente una materia che da lui attende soltanto un’interpretazioni di stile tra l’ingenuo e l’erudito per mettere in luce la propria candida e vivace grazie poetica.

La produzione letteraria di Basile non si esaurisce nelle opere dialettali; egli si cimentò anche in lavori in lingua italiana che però trovarono scarso successo anche a causa della maggiore fama di autori già affermati. L’insuccesso delle opere in lingua portò Basile ad uno stato di delusione ed insoddisfazione, tale da contribuire alla scelta di lasciare Napoli per altre zone dell’Italia dando inizio così alla parentesi militare (1604-1607). Da giovane fu dunque soldato mercenario al servizio della Repubblica della Serenissima, spostandosi tra Venezia e Candia, l’odierna Creta. In questo periodo, l’ambiente della colonia veneta dell’isola gli permise di frequentare una società letteraria, l’Accademia degli Stravaganti. I primi documenti della sua produzione letteraria risalgono al 1604, sono alcune lettere scritte come prefazione alla Vaiasseide dell’amico e letterato napoletano Giulio Cesare Cortese. L’anno seguente viene messa in musica la sua villanella Smorza crudel amore. Rientrato a Napoli nel 1608, pubblica il suo poemetto Il Pianto della Vergine. Nel 1611 prese servizio alla corte di Luigi Carafa, principe di Stigliano, al quale dedicò un testo teatrale, Le avventurose disavventure e, successivamente, seguì la sorella Adriana, celebre cantante dell’epoca, alla corte di Vincenzo Gonzaga a Mantova, entrando a far parte della Accademia degli Oziosi. Curò, fra l’altro, la prima edizione delle rime di Galeazzo di Tarsia[1]. Nella città lombarda fece stampare madrigali dedicati alla sorella, odi, le Egloghe amorose e lugubri, la seconda edizione riveduta ed ampliata de Il Pianto della Vergine e il dramma in cinque atti La Venere addolorata. Tornato a Napoli, fu governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali. Nel 1618 uscì L’Aretusa, un idillio dedicato al principe Caracciolo di Avellino e l’anno seguente un testo teatrale in cinque atti Il Guerriero amante. Fu fratello di Adriana, celebre cantante che raggiunse il primato del canto nella penisola, ai tempi in cui si impose la figura della virtuosa. Morì a Giugliano, nel 1632, dove è sepolto nella chiesa di Santa Sofia. Al Basile si deve la prima raccolta di novelle interamente dedicate all’infanzia. Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille (La fiaba delle fiabe ovvero come intrattenere i bambini) Napoli 1634-1636, venne redatto in lingua napoletana e pubblicato postumo per interessamento della sorella dell’autore, la celebre cantante Adriana Basile. Questa opera della letteratura barocca compone, nella sua raffinata architettura, alcune persone e intrecci – come Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e altre – che ebbero larga diffusione nella cultura europea dell’epoca tanto da costituire, nelle varie elaborazioni successive, un patrimonio comune a tutta la cultura mondiale. Lo cunto de li cunti  è una raccolta di 50 fiabe in dialetto napoletano scritte da Giambattista Basile, edite fra il 1634 e il 1636 a Napoli. L’opera, nota anche col titolo di Pentamerone (cinque giornate), è costituita da 50 fiabe, raccontate da 10 narratrici in 5 giorni. Le 50 fiabe sono collocate in una corniche che ricalca il modello del Decameron di Boccaccio, anche se il linguaggio e i temi trattati sono diversi; l’autore dedicò Lo cunto de li cunti ai bambini appunto perché il libro tratta tratta di fiabe. Il filosofo italiano Benedetto Croce, che l’ha tradotta in lingua italiana, ha definito la stessa come “il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari…” in una premessa all’opera. L’opera ha le caratteristiche della novella medievale che però subisce una trasformazione che la orienta verso toni fiabeschi e popolari. Lo Cunto è un’opera preparata per il divertimento delle corti. Per la sua complessa struttura e il suo linguaggio teatrale si ispira alle tradizioni del racconto ed a vari generi letterari e allestisce un prototipo della letteratura seriale muovendosi tra le regole della commedia dell’arte, del racconto rituale e del formulario alchemico. L’opera mette in scena alcune parole d’ordine della Modernità – la necessaria fuga dei giovani dai vincoli della famiglia patriarcale, il viaggio e i pericoli che comporta fino al confine con la morte, il cambiamento di status visibile anche sulla superficie del corpo – e i loro capricciosi regolatori – il Caso e la Fortuna, la Corte e il Principe, le Fate e gli Orchi, metafore filosofiche. È un’opera scritta nel periodo più folgorante del barocco e dell’invenzione della letteratura come strumento di conoscenza, di piacere e di dominio. I percorsi di questo libro sono una delle chiavi per osservare la cultura barocca e la sua letteratura, il momento della storia europea in cui si scoprono i mondi delle tecniche della comunicazione letteraria e i repertori remoti delle tradizioni marginali, le ferree regole dell’etichetta cortigiana e la furiosa vita della città e della piazza, i grandi viaggi e le culture della diversità. Per chi volesse può scaricarne una copia qui http://www.locuntodelicunti.it/images/lo%20cunto%20de%20li%20cunti.pdf .

Nel 1619 compone – dedicandola a Domenico Caracciolo, marchese di Bella – una malinconica storia d’amore e morte: Il guerriero amante. Nel 1621 pubblica Immagini delle più belle dame napoletane ritratte da’ loro propri nomi in tante anagrammi, scritto nel periodo di permanenza in Lucania, dove gli elementi prevalenti, cosa inusuale per la letteratura del tempo, sono la sciarada e il rebus. Ancora una volta è la vicinanza alla sorella Adriana a caratterizzare un periodo particolarmente felice per il Basile letterato. Insieme entrarono alla corte del Viceré, don Alvares di Toledo, al quale Basile dedicò una raccolta di cinquanta delle sue Ode, in segno di riconoscenza per l’incarico di Governatore di Aversa. L’ultima corte presso la quale il poeta dimorò fu quella di Galeazzo Pinelli, duca d’Acerenza. Qui, nella tranquillità d’una provincia lontana dai frastuoni della capitale, tra severe montagne, il Basile lavorò al Teagene, una riduzione in versi dalla Storia Etiopica di Eliodoro. Dallo stesso Duca fu nominato Governatore feudale di Giugliano e qui, nella sua terra d’origine, morì nel 1632. La sorella Adriana, ricevuta notizia dell’improvvisa morte del fratello, si precipitò a Giugliano a recuperare le carte e i manoscritti dell’artista prima che andassero dispersi. Grazie alla tempestività e lungimiranza di Adriana Basile, Lo Cunto de li Cunti ed altre opere sono arrivate fino ai nostri giorni.

Francesco Saverio Taglialatela

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 20, 2013 alle 7:41 am ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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